
Ci hanno detto che la maternità è innata e che è prerogativa imprescindibile e innegabile di tutte le donne, con la conseguenza logica che una donna che non avverta tale sentimento ritiene di essere “sbagliata – menomata – non funzionante”. Ci hanno detto che le mamme sono tutte buone, brave, animate da amore puro ed incondizionato verso la prole. Ci hanno detto che una mamma potrebbe fare del male al proprio figlio se e solo – ahilei poverina – dovesse avere delle problematiche di salute e che, in ogni caso, lo avrebbe fatto a prescindere e contro la propria volontà. Ci hanno detto che la mamma è la mamma ed in quanto tale è sempre e comunque giustificabile. Ho sempre guardato con sospetto, cercando di prenderne le distanze, quelli che sono considerati capisaldi, dogmi fermi ed indiscussi – sia che abbiano un (asserito, presunto) fondamento scientifico sia che nascano dalla cultura popolare, dal tramandato, dal non detto eppure assolutamente accettato come incontrovertibile, incensurabile e non-discutibile.
Le pagine di cronaca ci hanno riportato casi – con ampio e continuo risvolto mediatico – di mamme che hanno ucciso i loro figli ed in ogni caso si è sempre tentato di appellarsi ad una forma di infermità e/o di semi-infermità mentale, quasi ci fosse il bisogno impellente di scostare lo sguardo dalla possibilità che una madre lucida e consapevole possa aver commesso un gesto così efferato proprio ai danni del proprio figlio; ciascuno di noi, a prescindere che abbia espresso una genitorialità biologica o che abbi dentro di sé un amore materno che riversa nella propria vita in altra maniera, di fronte a quello che percepiamo “di pancia” avverte, credo, l’impulso a trovare una spiegazione che metta in pace il proprio animo e che non faccia cadere un (ennesimo) velo di illusione. Trovare un appiglio di carattere medico – scientifico, che possa – ragionevolmente – dare una motivazione a delitti così efferati appare una vera e propria necessità di pacificarsi con ciò che ci è stato tramandato, in maniera più o meno espressa e che è stato trasfuso nelle nostre cellule e scorre nelle nostre vene come quel patrimonio genetico che abbiamo ereditato.
Il caso di Cogne nel 2002 ha segnato, per molti aspetti, ha segnato un prima ed un dopo nel panorama italiano, suscitando reazioni disparate in chi invocava presunti deficit ed assenze psichici in capo alla signora Franzoni per giustificare l’ingiustificabile gesto di una genitrice e chi, ancora più marcatamente, millantava presunti colpevoli che allontanassero il terribile sospetto dalla figura materna. Recentemente il caso Pifferi ha riportato l’attenzione sulle omissioni intollerabili di una genitrice e sulla riprovevolezza di condotte che, ancora una volta, si è tentato di contenere e di rendere più tollerabili mediante il ricorso a presunti deficit cognitivi, psicologici, psichiatrici. I casi mediaticamente esposti sono molteplici ed il denominatore comune è quello di trovare (rectius voler trovare) un avvallo di natura psicologica che funga da esimente e/o da scriminante; il figlicidio rappresenta un tabù che si tenta di spiegare e di argomentare facendo ricorso a istituti dell’ambito psicopatologico, circostanza che non sempre ha una rispondenza con la realtà storica.
Siamo disponibili ad accettare di poter pensare che una madre è prima di tutto un individuo che – poiché fisiologicamente dotato di organi deputati alla procreazione – ha partorito un altro individuo e che tale fatto non necessariamente conferisca una “patente” di buoni sentimenti e di buone prerogative sulla scorta della “famiglia mulino bianco”? Possiamo pensare di accettare che molte donne abbiano deciso di procreare per una serie di ragioni – sulle quali lungi da me il sindacare – diverse ed estranee dall’amore profondo, incondizionato ed autentico di fare da tramite affinchè un individuo possa abitare questo mondo? Diciamolo chiaramente: le ragioni per le quali molti individui, donne e uomini, mettono al mondo dei figli sono da trovarsi in una forma di “percorso precostituito” secondo il quale si studia, si lavora, ci si sposa e si fanno figli, si continua a lavorare, si fanno le vacanze, si invecchia, si va in pensione e si muore. Triste a dirsi, tuttavia questo è il binario inesorabile che scandisce la vita di molti individui. In molti nemmeno si chiedono se possano esistere delle opzioni alternative, si è sempre fatto così ed è giusto così e per certi versi appare una scelta che ha un suo comfort ed una sua morbidezza. Ognuno è libero di determinarsi come meglio ritiene opportuno, ma togliamoci un velo dagli occhi proprio quando le realtà fattuali ci portano a confrontarci con scenari che la nostra mente razionale tende a rifiutare. Quanto siamo disposti a farlo? In nome di quale “patto di fedeltà” siamo disposti ed accettiamo di vivere una vita che non abbiamo scelto e rispetto alla quale ci sentiamo estranei?
Buona riflessione a noi tutti.
Avv. Elisabetta Canteri – foro di Torino e-mail:elisabetta.canteri@gmail.com
